Prima o poi dovremo dire addio a qualcosa o a qualcuno. Una mia canzone sul tempo che ci passa accanto e che qualche volta ci lascia indietro. Un richiamo a vivere la vita nel momento presente.
Ma quanto è lungo questo addio? Nessuno lo sa. Noi pensiamo, speriamo che sia abbastanza lungo.
Quante volte ancora avremo l’occasione di salutare una persona cara?
Torno col pensiero a mio padre, a mia madre. Quante cose avrei voluto chiedere, quante ne avrei voluto dire quando c’era ancora il tempo per farlo.
Proporrei 2 nuovi peccati capitali: la fretta e la pigrizia, per le quali spesso, troppo spesso non viviamo pienamente il nostro presente e quello di chi ci sta a cuore. A volte per la nostra pigrizia ci tocca fare tutto troppo in fretta. E per la fretta non ascoltiamo abbastanza, non ci diamo abbastanza. Rimandiamo a dopo ciò che consideriamo non urgente. Lo rimandiamo ad un momento ‘migliore’.
Tanto c’è tempo. Davvero?
Credo invece che dovremmo fermarci a prendere consapevolezza della fragile ricchezza che ci circonda, fatta di affetti e di momenti insieme. Irripetibili, e di cui a volte non riusciamo a cogliere la bellezza, la transitorietà e, in definitiva, l’unicità.
Ora è il momento di dire, fare, baciare, accarezzare. Senza distrarsi. Magari concedendosi meno (meritato?) riposo, per far fronte agli impegni quotidiani senza dover rinunciare alla pienezza della vita.


Che cos’è l’amore? Di preciso non lo so, ma so che a volte non è quello che pensiamo. In questa canzone dico la mia.
Alcune riflessioni che prendono spunto dal “Canto di me stesso” di Walt Whitman nel suo “Foglie d’erba”, che suggerisco a mia figlia.
La difficile relazione tra due persone profondamente diverse, tenuta insieme (con qualche sofferenza) dall’amore e dal desiderio reciproco.
La voce del mare è dentro tutti noi che abbiamo avuto la sorte di nascere in una città costiera. C’è molta intimità tra noi e il mare.
Quante volte ho pensato, stringendo più forte il volante, “Io speriamo che me la cavo”. A volte un lungo viaggio in auto si può trasformare in un incubo. Lo racconto in questa mia canzone.
La dimensione del sogno e il richiamo dell’infanzia. Il fascino dell’ignoto, il piacere della trasgressione alle regole, la voglia di lasciarsi andare.