All’improvviso

All’improvviso
di Mario D’Alfonso

Qualcosa è cambiato intorno a te, mentre tu ti senti sempre lo stesso; te ne accorgi all’improvviso.
Ti rendi conto che fuori non è più come prima: diversi i colori, gli odori, le tue sensazioni a pelle non sono più le stesse di ‘prima’.

Accade così che percepisci, in un preciso istante, che l’inverno ha preso il posto dell’autunno. E non obietti. Non giudichi. Magari commenti. In definitiva, ne prendi atto.

Continui a fare la tua vita in un paesaggio nuovo, forse un po’ più ostile. O almeno così ti sembra.
Ma all’improvviso prendi coscienza che sei tu ad essere cambiato. Qualcosa dentro di te non è più la stessa di ‘prima’.

Sei tu l’elemento del paesaggio che si rinnova. È nuovo quello che provi quando guardi fuori di te, quando ti proponi al mondo esterno. Sei nuovo? No, sei vecchio.

E all’improvviso constati che viaggi anche tu con le stagioni, e che andate insieme incontro al tempo. Continuamente.
Il presente così assume un altro fascino. Lo assapori, lo annusi. Te ne riempi i polmoni. La vita è finalmente adesso.

 

La volpe

La volpe – Ivano Fossati

Già nell’introduzione strumentale Fossati ci accompagna in un ambiente sonoro altro da noi e dai nostri sapori timbrici.  L’andamento melodico di questo brano, pubblicato nell’album “La pianta del tè” del 1988, è cantilenante e ricorrente, semplice come la sua armonizzazione.  Il testo è fortemente ripetitivo e si modella in modo quasi responsoriale.  Testo e musica usano un linguaggio basico, per esprimere sensazioni primordiali.  La vocalità chiara e liquida di Teresa De Sio si aggiunge come a cantare una nenia.  La canzone potrebbe essere ascoltata con piacere e compresa anche da un pubblico infantile.

Ma, come avviene in poesia, i riferimenti possono essere letti a più livelli di senso.

E’ Fossati stesso che chiarisce, in un’intervista: “… La volpe è una canzone scritta su ciò che è incognito, su quello che può farci paura o invece può suscitare la nostra attesa, su quello che non sappiamo. Il punto di vista di chi sta fermo cambia molto. E’ un punto di vista più fragile, emotivamente più a rischio. E’ molto più facile interpretare la parte di chi arriva piuttosto che di chi aspetta. Chi aspetta si pone molte domande. La volpe è proprio questo, sta arrivando qualche cosa, che è un ombra, ma può essere un’ombra buona, una bella sorpresa, che dal fondo del viale della tua casa si manifesterà… Racconto il silenzio dell’attesa. La sospensione che precede uno stupore di qualche tipo.”

L’attesa è parente del desiderio o della paura, ma è sempre segno di un atteggiamento rivolto verso l’esterno di noi, vigile e vitale.  L’attesa ci proietta in dimensioni possibili, in universi immaginabili e per questo potenzialmente concreti.  E’ insita nel ritmo pulsante della nostra vita.  Senza l’attesa di un incontro, di un cambiamento, di una conferma c’è l’abbandono alla routine, c’è in definitiva il lasciarsi trasportare dalla corrente.  Più o meno come succede quando l’attesa decade in attendismo.

“Molti conoscono la storia di quell’uomo a cavallo che corre a tutta velocità, come per andare a fare cose molto importanti. Un’altra persona, sul ciglio della strada, lo vede e gli grida: “Dove stai andando?”. L’uomo sul cavallo si gira e risponde: “Non Io so, chiedilo al cavallo”. Questa non è la storia di quella persona soltanto, è la storia di ognuno di noi, siamo tutti cavalieri che non riescono a fermare il cavallo e non sanno dove stanno andando: è il cavallo che decide.

In ciascuno di noi c’è un cavallo che corrisponde alla forza dell’abitudine.“ (cito da “Il piccolo libro della Consapevolezza” di Thich Nhat Hanh, il mio maestro, il mio Thay)

 

Album

Album
di Mario D’Alfonso

Ho scritto questo brano a metà degli anni “80, quando mia madre aveva circa 50 anni ed era perfettamente orientata nel tempo e nello spazio. Gliel’ho fatta ascoltare allora, ma non ha mostrato un interesse particolare. Questo non me lo sono mai spiegato.

Il testo parla di una bambina diventata donna in situazioni difficili: c’era la guerra, la povertà, l’incertezza sul domani. Nell’assolato Sud è cresciuta senza modelli stabili, accettando le sue condizioni e coltivando aspirazioni semplici per un domani sempre più prossimo.

Gli eventi che hanno portato a cambiamenti sociali epocali le sono passati accanto sfiorandola, sempre timorosa di ciò che non conosceva e che non apparteneva alla sua sfera personale.

Ha costruito finalmente una famiglia e ha combattuto giorno dopo giorno le sue piccole battaglie di casalinga, resistendo alla fatica e alla disillusione, riducendo giorno dopo giorno i suo orizzonti.

Cantava mia madre. Cantava le canzoni di Sanremo mentre lavava i pavimenti o riordinava le stanze.
La mia canzone dice: “Ridatemi i miei anni “50, ridatemi il canto di mia madre”.

Estate

Estate – Joao Gilberto

Composta da Bruno Martino con testo di Bruno Brighetti, “Estate” è un brano del 1960 nato nell’ambiente della musica pop e divenuto in seguito uno standard reinterpretato da numerosi artisti, tra cui Chet Baker e Michel Petrucciani.
Il pezzo nasce con il titolo “Odio l’estate“, cambiato nelle successive riedizioni dopo la graffiante parodia di Lelio Luttazzi, che lo aveva trasformato in “Odio le statue“.

La linea melodica del tema forma delle onde, salendo e riscendendo, perlopiù per gradi congiunti, sul pentagramma. La frase musicale di base inoltre ripropone tale andamento raggiungendo note più alte e aumentando così la sua forza ed il senso di pathos in chi ascolta.

Il carattere della melodia nell’inciso si schiarisce, e questa continua a salire e scendere riecheggiando il moto della risacca che va incontro alla sabbia. L’inciso si accorda fluidamente con il tema della strofa ma non la prevarica, consentendole di conservare così tutta la sua carica di malinconia, di nostalgia, in definitiva di saudade.

Ecco perché questa bossa nova lenta acquista tanto fascino ed espressività nella versione di Joao Gilberto, grande interprete della saudade brasiliana, che ho proposto. La sua personale armonizzazione del brano, con accordi aperti e sonorità composte aggiunge spazio-tempo alla musica per ricordare e per sentire fino in fondo la mancanza di qualcosa che non c’è più.

La Patente

La Patente
di Mario D’Alfonso

Si tratta di una registrazione del 1974 remixata pochi mesi fa.

Alla mia voce di giovane di belle speranze ho sovrapposto, nel ritornello, la mia voce attuale.
Ho scritto questo brano per le musiche di scena dell’omonima novella di Pirandello divenuta poi un atto unico per il teatro.

All’epoca, erano gli anni di Basaglia, lavoravamo in un centro per ex degenti in ospedale psichiatrico, a Parma e qualcuno di noi era fermamente convinto che la rivoluzione sarebbe cominciata da quelle stanze.

Insieme ai nostri ospiti, in un capannone del centro, il laboratorio di falegnameria realizzò la struttura del palco.
Insieme a loro furono cuciti gli abiti e realizzate le scene e, dopo alcuni mesi di prove, riuscimmo a far rappresentare la piece dai nostri “matti”.
Una replica dello spettacolo fu eseguita in una fabbrica occupata.

Che tempi!

La canzone veniva cantata come prologo, a sipario chiuso, da una donna, Luisa B., con la sua voce tenera e senza speranza. Come i suoi occhi. Io la guardavo e l’accompagnavo con la chitarra.

Russians

Russians – Sting

Il brano si apre con il ticchettio di un orologio al quale si sovrappongono parole indistinte. Inizia a vibrare un pedale a bassa frequenza che prende allo stomaco.

Siamo introdotti in un’atmosfera in cui il tempo incalza e alla radio stanno riferendo di qualcosa che è accaduto o sta per accadere.

C’è tensione, ma l’aria si fa ancora più cupa all’ingresso degli strumenti. Mentre basso, timpano e una parte degli archi battono il ritmo con la stessa regolarità dell’andamento dei passi nella neve, la linea melodica, ancora su timbri scuri e su un registro grave, ci suggerisce le distese della steppa battute da raffiche di vento, riecheggiando la scelta strumentale della “Moldava”.

Sul finale ritorna l’inquietante ticchettio della sveglia e la musica viene disturbata da colpi sordi e metallici che ricordano vagamente i rintocchi di una campana, in un paesaggio in cui l’essere umano risulta assente.

Il testo parla da sé.