Non chiamarmi amore
Mario D’Alfonso
L’attrazione sessuale, il desiderio, la passione, il coinvolgimento fisico sono certamente anche elementi di una relazione amorosa. Ma quando diventano l’unico ingrediente di una ricetta possiamo ancora parlare di amore?
L’amore dei cinque sensi (e della mente che elabora e esaspera l’assenza), l’amore del gusto, dell’olfatto, del tatto oltre che della vista e dell’udito, è potente tanto da scuoterti nel più profondo del tuo essere, ma fragile, esposto a innumerevoli possibilità di finire. Inoltre è discontinuo, esiste fino a quando il nostro partner continua a mostrarci le caratteristiche per cui l’apprezziamo.
È un sentimento del presente che non progetta un’esistenza, non si proietta nel futuro. Si appaga di ciò che è ora pur partecipando ad una ricerca, seppur istantanea, di infinito. È gioia di vivere un sano rapporto di reciproco appagamento. L’amore delle forme e degli sguardi, della tenerezza, del chiaro di luna, del gesto repentino e furtivo, dell’intesa senza parole, del buon tempo. Lo stesso che, quando degenera in possesso, può diventare pericoloso, portare a gesti estremi, come tendenzialmente estrema è la sua natura, fino all’acido, al coltello.
Sì, l’amore dei sensi dà senz’altro sapore alla vita, esprime un rapporto alla pari, differente dall’amore che canta Battiato ne “La cura”, dove il sentimento è fondato sul personale bisogno-desiderio di dare, di donare anche se stessi, ma raffigura comunque un rapporto complementare e sbilanciato: ti voglio bene a prescindere. L’amore anche quando le cose non vanno, quando si è svuotati dalla stanchezza, incagliati nelle difficoltà, vinti da una certa sensazione di solitudine. È l’amore della pazienza, della benevolenza e della gratitudine. È l’amore forte e resistente del tempo che scorre: buongiorno, buonanotte amore mio.
Perciò non chiamarmi amore se non è per sempre.

