Un giorno dopo l’altro
di Luigi Tenco
Era la sigla di uno sceneggiato televisivo di produzione nazionale con Gino Cervi nella parte del commissario Maigret, quando noi eravamo ragazzi e la televisione era ancora giovane.
Una musica dolce e malinconica che l’accompagnamento della chitarra rendeva ancora più intima. Il giro di accordi che precede e sostiene la voce era ipnotico come una ninnananna.
E il testo. Una poesia semplice, costruita con le parole dei discorsi di ogni giorno.
Una vita che non va né avanti né indietro, un’esistenza che gira in tondo senza sperimentare alcun cambiamento.
Il malessere di un grigiore che si ripete con cadenza regolare.
L’incapacità di uscire dal circolo della monotonia e della noia mentre il tempo continua a scorrere e ad allontanarsi, come la nave che, lasciato il porto, ormai “sembra un punto lontano”.
E i sogni? Sono ancora sogni.
Qualcosa di simile a quanto descritto nel blog precedente, sul testo della mia canzone “Donna robot”. Forse qui ancora più disperatamente sconsolato: anche la speranza è diventata un’abitudine.
Tenco scrisse questo pezzo quando aveva 28 anni, un anno prima del tragico Festival di Sanremo del 1967.
Io ero un ragazzo e avevo tutta la vita davanti. Questi turbamenti non mi appartenevano, ma questa canzone mi è sempre rimasta nel cuore.
Credo che si tratti della forza della poesia.

