La voce del mare

la voce del mare

La voce del mare – di Mario D’Alfonso

Noi abbiamo respirato l’aria del mare prima di riuscire a reggerci in piedi. Da allora, come  un leggero strato di salsedine riveste la nostra pelle.

Durante tutto il corso della mia vita, soprattutto quando ritornavo dopo essermene allontanato, sono tornato a guardare il mare tutte le volte che ho potuto.

Qualunque fosse il mio stato d’animo (soprattutto durante l’adolescenza molti turbamenti si avvicendavano dentro di me), il mare mi placava, mi rasserenava, si prendeva cura di me.  E io gli sono sempre stato grato.

Lasciando andare lo sguardo sulla superficie del mare, non mi importava cosa ci fosse al di là. Ero invece vinto dalla sua immensità, dall’indeterminatezza dei suoi confini, dalla sua profondità. Quante ore ho passato di fronte al mare e tutte le volte era come incontrare un vecchio amico che mi ripeteva: “Va tutto bene, va tutto bene”.

“One Day I’ll Fly Away”

“One Day I’ll Fly Away” – musica di Joe Sample e parole di Will Jennings

“One Day I’ll Fly Away” è stata interpretata per la prima volta dalla cantante jazz americana Randy Crowford nel 1980.
Tra le tante cover del brano, c’è anche quella di Nicole Kidman che, nella parte di Satine, l’ha cantata nel film “Moulin Rouge” del 2001.
La musica è di Joe Sample e le parole di Will Jennings. Raramente, a parer mio, la parte musicale e il testo hanno avuto maggiore aderenza. Con due linguaggi differenti, ma con la stessa dolcezza, riescono a trasmettere le medesime sensazioni.
Per rendersene conto basta ascoltare la versione cantata, ma io ho preferito proporla nell’esecuzione di Keith Jarrett al pianoforte e Charlie Haden al contrabbasso, tratta dal loro bellissimo album “Jasmine” del 2010.
I due strumenti ci stanno suonando questo testo:
Un giorno, volerò via

Ce la farò da sola
Quando l’amore sarà finito
Ma tu continui a lasciare il segno
Qui nel mio cuore

Un giorno, volerò via
Mi lascerò il tuo amore alle spalle
Cos’altro avrà da darmi il tuo amore
Quando sarà finito?

Inseguo la notte
Non sopporto la luce
Quando ricomincerò
A vivere la mia vita?

Un giorno, volerò via
Mi lascerò il tuo amore alle spalle
Cos’altro avrà da darmi il tuo amore
Quando sarà finito?
Perché vivere una vita di sogno in sogno
Temendo il giorno in cui i sogni finiranno?

Un giorno, volerò via
Mi lascerò il tuo amore alle spalle
Cos’altro avrà da darmi il tuo amore
Quando sarà finito?
Perché vivere una vita di sogno in sogno
Temendo il giorno in cui i sogni finiranno?

Un giorno, volerò via, volerò via, volerò via

NOTA: l’inizio del brano, che poi è la frase principale, ricorda il “Valzer dei Fiori” dello “Schiaccianoci” di Ciaicovsky.

Fine del viaggio

Fine del viaggio – di Mario D’Alfonso

In una delle mie vite precedenti ho viaggiato molto in auto per lavoro.
Ho guidato con la luce e col buio, appena sveglio o stanco dopo un’intera giornata. Ho guidato per anni, macinando 1000 chilometri ogni settimana.

Alla guida mi sono presentate le condizioni climatiche più varie e spesso ostili: nebbia, grandine, bufera; una volta stavo per rimanere in un sottopasso per un’improvvisa alluvione.
Per non parlare dei pazzi al volante, dei sorpassi azzardati, delle perdite di carico dai camion, dei pneumatici che esplodono e infine della mia personale disattenzione e/o avventatezza.
Posso dire con certezza che sono vivo per miracolo.

La strada è un brutto posto per viverci.
Quante volte ho pensato, stringendo più forte il volante, “Io speriamo che me la cavo”.
Stando fuori casa tutta la settimana è una liberazione poter finalmente dire: “Fine del viaggio”.
Nota. Il susseguirsi dei battiti che determinano il tempo, e quindi la velocità di questo pezzo, corrisponde all’andamento medio dei tergicristalli in caso di pioggia.

Un giorno dopo l’altro

Un giorno dopo l’altro
di Luigi Tenco

Era la sigla di uno sceneggiato televisivo di produzione nazionale con Gino Cervi nella parte del commissario Maigret, quando noi eravamo ragazzi e la televisione era ancora giovane.

Una musica dolce e malinconica che l’accompagnamento della chitarra rendeva ancora più intima. Il giro di accordi che precede e sostiene la voce era ipnotico come una ninnananna.

E il testo. Una poesia semplice, costruita con le parole dei discorsi di ogni giorno.
Una vita che non va né avanti né indietro, un’esistenza che gira in tondo senza sperimentare alcun cambiamento.

Il malessere di un grigiore che si ripete con cadenza regolare.
L’incapacità di uscire dal circolo della monotonia e della noia mentre il tempo continua a scorrere e ad allontanarsi, come la nave che, lasciato il porto, ormai “sembra un punto lontano”.

E i sogni? Sono ancora sogni.

Qualcosa di simile a quanto descritto nel blog precedente, sul testo della mia canzone “Donna robot”. Forse qui ancora più disperatamente sconsolato: anche la speranza è diventata un’abitudine.

Tenco scrisse questo pezzo quando aveva 28 anni, un anno prima del tragico Festival di Sanremo del 1967.
Io ero un ragazzo e avevo tutta la vita davanti. Questi turbamenti non mi appartenevano, ma questa canzone mi è sempre rimasta nel cuore.

Credo che si tratti della forza della poesia.

 

 

 

 

 

 

Donna Robot

Donna Robot – di Mario D’Alfonso

Ammettiamolo. Quante volte, in un rapporto di lunga durata, abbiamo pensato di fuggire via e poi magari abbiamo rinviato “a un momento migliore”. Forse per amore? O forse per mancanza di coraggio?

Quante volte è stato difficile tornare a casa, dove ci aspettava la solita routine, la noia delle cose “risapute e stanche”, un senso di soffocamento.

Entrambi abbiamo avuto la percezione che tutto fosse cambiato rispetto agli inizi. L’orizzonte che prima lasciava intravedere traguardi lontani, ora si è abbassato tanto che si riesce a scorgere solo la quotidianità. Niente idee, niente proposte. Una sorta di ripetizione meccanica di gesti e di azioni, giorno dopo giorno. Come automi, come robot appunto.

E comincia la guerra: ci si accusa reciprocamente, vengono fuori le questioni di principio, si prolungano le assenze, emerge la paranoia, cominciano le ripicche, i toni alti, i silenzi. La distanza è quella tra due estranei, due contendenti.

E tutt’a un tratto, incredibilmente, sopraggiunge la necessità di difendersi, di giustificarsi.

Sembrano venir meno le ragioni dello stare insieme.

Chi mi sta accanto condivide i miei sogni o i suoi confliggono con i miei?

La sua realizzazione personale avverrà insieme a me o nonostante me?

A questo punto si rende indispensabile una presa di posizione del primo dei due che ritrova le ragioni del cuore. Un cessate il fuoco unilaterale che dia la possibilità a entrambi di riprendere i sensi e ripartire. Ritrovando il contatto fisico, gli sguardi morbidi, la disponibilità per l’altro. E ripartendo dai nostri obiettivi, dai nostri sogni. La domanda è: siamo ancora in grado di ‘volare’ insieme?

 

Le Passanti

Les Passantes – Georges Brassens

La canzone cantata da Georges Brassens nel bellissimo video che Alain Resnais girò nel 1977, di sera in un caffè, in realtà non è una sua composizione originale.

Il testo è quello di una poesia del 1911 di Antoine Pol, un autore pressoché sconosciuto, pubblicata alla fine della prima guerra mondiale, che Brassens trovò nel 1943 su una bancarella nella Parigi occupata dai nazisti.

Allora ventitreenne, e con poca dimestichezza con la teoria e con la tecnica, musicò la poesia in modo approssimato e la mise da parte. Non riuscendo a trovare una melodia che si adattasse a pieno al testo, chiese aiuto al suo amico Jean Bertola. Alla fine degli anni “60 quest’ultimo scrisse per lui una nuova linea melodica e, pertanto, è da considerarsi il vero autore della musica di questa canzone.

La poesia, incisa finalmente da Brassens nel 1972, è diventata una delle canzoni più celebri nella lingua francese. Inoltre, nel corso degli anni, ha avuto numerosissime versioni in altre lingue tra cui il russo, il polacco, il greco e il persiano.

La traduzione di De André, che tutti conosciamo, è molto fedele all’originale se non superiore in alcune parti.
Tra le tante successive interpretazioni, una particolarmente suggestiva e inattesa è quella di Iggy Pop, l’icona del rock, che si cimenta con la canzone melodica francese con ottimi risultati.

Consiglio di provare ad ascoltarla per credere (e non fate caso alla pronuncia!): qui il video

Assolutamente intramontabile “Le passanti” esprime qualcosa che tutti abbiamo vissuto.

Canzone triste e del rimpianto, qui l’uomo osserva muto la passerella delle varie figure femminili che gli passano davanti; inconcludente, raggomitolato nei propri pensieri senza riuscire a venirne mai fuori.

È la canzone delle strade non prese, delle opportunità non colte, della sola immaginazione del possibile; del racconto delle storie verosimili, del ritorno a casa sconfitti, scaldati dal calore del ricordo di ciò che non è stato e che poteva essere. Ma se non è stato, allora non poteva essere.

Le donne per contro, continuano a portarsi dentro i loro segreti, i loro tormenti le loro malinconie. Le loro figure si muovono silenti e sole in questo bozzetto e vengono descritte con tenerezza e comprensione.

“Le passanti” gira intorno a ciò che non abbiamo mai avuto: lo struggimento per una felicità intravista ma mai raggiunta, in una vita ingrigita dall’abitudine.

De André diceva che è sempre meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati, “Le passanti” è lì a rammentarci che il desiderio di nutre quasi sempre dell’assenza.

Non chiamarmi amore

Non chiamarmi amore
Mario D’Alfonso

L’attrazione sessuale, il desiderio, la passione, il coinvolgimento fisico sono certamente anche elementi di una relazione amorosa. Ma quando diventano l’unico ingrediente di una ricetta possiamo ancora parlare di amore?

L’amore dei cinque sensi (e della mente che elabora e esaspera l’assenza), l’amore del gusto, dell’olfatto, del tatto oltre che della vista e dell’udito, è potente tanto da scuoterti nel più profondo del tuo essere, ma fragile, esposto a innumerevoli possibilità di finire. Inoltre è discontinuo, esiste fino a quando il nostro partner continua a mostrarci le caratteristiche per cui l’apprezziamo.

È un sentimento del presente che non progetta un’esistenza, non si proietta nel futuro. Si appaga di ciò che è ora pur partecipando ad una ricerca, seppur istantanea, di infinito. È gioia di vivere un sano rapporto di reciproco appagamento. L’amore delle forme e degli sguardi, della tenerezza, del chiaro di luna, del gesto repentino e furtivo, dell’intesa senza parole, del buon tempo. Lo stesso che, quando degenera in possesso, può diventare pericoloso, portare a gesti estremi, come tendenzialmente estrema è la sua natura, fino all’acido, al coltello.

Sì, l’amore dei sensi dà senz’altro sapore alla vita, esprime un rapporto alla pari, differente dall’amore che canta Battiato ne “La cura”, dove il sentimento è fondato sul personale bisogno-desiderio di dare, di donare anche se stessi, ma raffigura comunque un rapporto complementare e sbilanciato: ti voglio bene a prescindere. L’amore anche quando le cose non vanno, quando si è svuotati dalla stanchezza, incagliati nelle difficoltà, vinti da una certa sensazione di solitudine. È l’amore della pazienza, della benevolenza e della gratitudine. È l’amore forte e resistente del tempo che scorre: buongiorno, buonanotte amore mio.

Perciò non chiamarmi amore se non è per sempre.

La cura

La cura – Franco Battiato

Se riusciamo a non farci sviare dall’inconcludente video che accompagna la canzone, e ad occhi chiusi ascoltiamo il pezzo, possiamo entrare facilmente nella dimensione della musica di Franco Battiato e della poesia di Manlio Sgalambro.

La cura è l’essenza dell’amore. Amare non può che voler dire prendersi cura, accompagnare, proteggere. Sollevare l’essere amato dalle preoccupazioni, vere o fittizie.

L’amore di cui parla Battiato è l’amore per la donna amata ed è un amore che non permetterà che lei invecchi, non ai suoi occhi, né che si ammali. E’ una volontà precisa ma è anche una preghiera, una meditazione sulle possibili infinite abilità che l’amore può concedere a chi ama: “Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce”.

È l’amore di sensi che non si placano, ma che è ben lontano dal desiderio di possesso.
Ma è, in altri punti, anche quello del padre (e della madre) per il figlio o la figlia nella prefigurazione o nella constatazione della crescita e del momento dell’abbandono. Lui (lei) ci sarà sempre quando ce ne sarà bisogno e l’accompagnerà nei suoi sbalzi d’umore, nei suoi inevitabili fallimenti, nel suo futuro dolore.

Ma il testo, in questo punto, può essere interpretato anche come momento introspettivo in cui chi parla si rivolge a se stesso, alla propria fragilità. Le ipocondrie, i turbamenti da guarire potrebbero essere i suoi, generati in seguito ad eventi personali che gli hanno tolto sicurezza. In questo caso l’elevazione riguarderebbe la possibilità di raggiungere una propria consapevolezza, autonomia e libertà e uno stato più stabile della mente.
In definitiva un atto di cura e di amore verso se stessi. Anche di questo abbiamo bisogno.

L’amore cantato in questa canzone è dare, senza una richiesta di contropartita. Io ci sono. Sono qui per te. “Perché sei un essere speciale”
In fondo non si ama sempre ‘a prescindere’? O no?

Un lungo addio

Un lungo addio
di Mario D’Alfonso

Ma quanto è lungo questo addio? Nessuno lo sa. Noi pensiamo, speriamo che sia abbastanza lungo.

Quante volte ancora avremo l’occasione di salutare una persona cara?

Torno col pensiero a mio padre, a mia madre. Quante cose avrei voluto chiedere, quante ne avrei voluto dire quando c’era ancora il tempo per farlo.

Proporrei 2 nuovi peccati capitali: la fretta e la pigrizia, per le quali spesso, troppo spesso non viviamo pienamente il nostro presente e quello di chi ci sta a cuore. I bambini, per esempio, ci fanno ‘perdere’ troppo tempo.

A volte per la nostra pigrizia ci tocca fare tutto troppo in fretta. E per la fretta non ascoltiamo abbastanza, non ci diamo abbastanza. Rimandiamo a dopo ciò che consideriamo non urgente. Lo rimandiamo ad un momento ‘migliore’.

Tanto c’è tempo. Davvero?

Credo invece che dovremmo fermarci a prendere consapevolezza della fragile ricchezza che ci circonda, fatta di affetti e di momenti insieme. Irripetibili, e di cui a volte non riusciamo a cogliere la bellezza, la transitorietà e, in definitiva, l’unicità.

Ora è il momento di dire, fare, baciare, accarezzare. Senza distrarsi. Magari concedendosi meno (meritato?) riposo, per far fronte agli impegni quotidiani senza dover rinunciare alla pienezza della vita.

Prima o poi dovremo dire addio a qualcosa o a qualcuno. Stay tuned.

God bless the child

God bless the child – Billie Holiday

Billie Holiday era una piccola donna. Una piccola donna in un mondo di uomini. Di uomini bianchi.

Figlia di un suonatore di banjo sedicenne e di una mamma bambina, non ha mai conosciuto l’infanzia. Affidata ad una cugina della madre dalla quale veniva trattata con molta durezza, subì uno stupro all’età di 10 anni e dovette reagire a molti altri tentativi di violenza.

Ancora bambina raggiunse la madre a New York guadagnandosi da vivere in un bordello. Fu arrestata. Scontata la pena si propose come ballerina, ma non sapeva ballare.

Però sapeva cantare, e così presto cominciò ad esibirsi nei locali di Harlem. Aveva 15 anni.

La piccola donna fu notata per la sua voce intensa e piena di pathos da un produttore che la portò ad incidere con i grandi jazzisti del momento. Fu tra le prime cantanti nere a esibirsi con artisti bianchi, ma non poteva alloggiare negli stessi hotel e doveva entrare sul palco dall’ingresso riservato ai neri.

In questo clima, sfidando le discriminazioni, cantò Strange Fruit, e il frutto stano era il corpo di un nero ucciso dai bianchi ed appeso a un albero.
Billie era una piccola donna sola e fragile. Agli inizi degli anni”40, poco più che ventenne, cominciò ad assumere droghe per alleviare il dolore che si portava dentro.

La sua voce di bambina sperduta cominciò a cambiare ma rimase sempre dolorosamente bella e conquistò le platee più prestigiose.

Nel 1956 scrisse la sua biografia (sarebbe morta 3 anni dopo) dove narrava di tutto questo, ma la sua storia di bambina derubata della propria infanzia, delle relazioni burrascose, e dei problemi finanziari l’ha racconta, con la forza sintetica della poesia, nella canzone che ha scritto lei stessa “God Bless the Child”: Dio benedica il bambino che ha solo se stesso.

La sua voce, potente e allo stesso tempo cosi minuta, quella voce che cantava di ferite mai rimarginate, di una vita in continua lotta col mondo, della fatica di farsi strada e del destino di perdersi, quella voce, cosi ‘moderna’ ha varcato le soglie del tempo e ha contaminato altre cantanti come Janis Joplin e Nina Simone.

Grazie Lady Day. A noi piace perderci nel labirinto dei tuoi tanti sogni irrealizzati.